"A casa non s'arriva mai, ma dove confluiscono vie amiche, il mondo per un istante sembra casa nostra" (H.Hesse)

lunedì 25 settembre 2017

Skiathos, micro gioiello delle Sporadi

Skiathos Town



 Un'isoletta di appena 50 km quadrati. Verde che più verde non si potrebbe. Non a caso è ricoperta, per la maggior parte della sua superficie, da foreste di magnifici pini.
 Una manciata di abitanti, appena 5000 dichiarati, molti dei quali in  inverno tornano ad Atene lasciando case, botteghe e ristoranti vuoti fino alla primavera successiva.
La presenza di un piccolo aeroporto fa sì che d'estate si riempia all'inverosimile, ma basta cercare luoghi lontani dal centro per salvarsi da folla e musica a tutto volume e godersi lo splendore di questo piccolo gioiello dell’ Egeo.
Per inciso, pare che l aeroporto di Skiathos sia uno dei più pericolosi al mondo:



il perché si capirà scorgendo la pista di atterraggio dall'alto e chiedendosi come abbiano fatto a realizzarla così corta…pochi metri ancora e c è il mare, ma ciononostante il nostro atterraggio non è stato né brusco né tortuoso. 


Pare che uno degli sport praticati sull’isola, nonostante la presenza di numerosi cartelli minacciosi
 sia quello di appostarsi sulla strada perpendicolare alla pista e attendere febbrilmente l arrivo di un aereo che passa a pochi metri dalla testa… 
La più lussureggiante di tutte le isole visitate fino ad ora (Corfù, Santorini, Zante, Cefalonia). Dove lo sguardo è rapito dal contrasto netto tra il blu cobalto del mare e il verde smeraldo della vegetazione. Niente terre brulle, nessuna landa deserta. Sembra che la vegetazione qua non si arresti davanti a niente e riempia di sé ogni centimetro quadrato. 


Lungo il versante orientale sorgono piccoli centri abitati, il più grande dei quali è Skiathos Town, il capoluogo chiamato “città” con una buona dose di enfasi. 

Ma è una piccola e raccolta bomboniera fatta di vicoli stretti,

 un paio di vie lastricate traboccanti di negozietti,
Via Papadiamantis

 il porto, la casa-museo del romanziere Alexander Papadiamantis e un numero spropositato di ristoranti e taverne, una più curata e caratteristica dell'altra.

 È una cittadina bellissima, romantica, molto pittoresca e piena di scorci suggestivi,
 primo fra tutti la penisola di Bourtzi, che divide a metà il porto vecchio da quello nuovo, e che anticamente era un carcere fortezza trasformato ora in un piacevolissimo giardino pubblico costellato di pini nel quale sorge un teatro all'aperto e un bar da cui godere di un privilegiato sguardo d’insieme sulla città. 
 Il migliore dei capoluoghi di tutte le isole visitate finora. 

Disporre di una macchina a Skiathos potrebbe essere davvero superfluo. Oltre alla possibilità, come sempre, di noleggiare scooter e quad, esiste un efficiente servizio di pullman che, dalle 6 della mattina fino all’una di notte percorrono incessantemente l unica via principale che costeggia il versante orientale dell’isola da Nord a Sud, dal centro città fino alla spiaggia di Koukonaries dove finisce “la civiltà” e si dipartono sentieri sterrati e vie tortuose. 

I biglietti si fanno direttamente a bordo, indicando il numero della propria fermata o specificando di voler andare direttamente a Skiathos Town.
Il costo del biglietto dalla località di Troulos al centro (circa 12 km) per esempio è di 2€. Conoscere preventivamente la lista delle fermate non è necessario: ogni spiaggia, così come ogni località e ogni ristorante saranno contrassegnati a chiare lettere non solo dai nomi ma soprattutto dal numero della fermata. Es.: Nectar&Ambrosia Restaurant, Troulos, Bus Stop n. 19. 
Troulos
A parte godersi il più possibile un mare paradisiaco e dei panorami da cartolina, da vedere a Skiathos non c è moltissimo ma quel poco riempie gli occhi. 
Noi abbiamo sbrigato la pratica in una giornata in cui abbiamo affittato un quad per raggiungere il versante occidentale dell’ isola,

 perlopiù disabitato 


ad eccezione di piccole casupole di pastori, greggi di caprette e sperdute taverne o caffè nei pressi di alcune spiagge bellissime ma un po’ tortuose da raggiungere. 


Sicuramente vale la pena fare una sosta presso la spiaggia di Koukounaries, ampia e attrezzata, dalle acque basse, placide e cristalline, soprattutto però per imboccare un qualsiasi sentiero a caso e passeggiare nella enorme pineta che la circonda.
Koukounaries

Questa fa parte di una zona paludosa protetta che comprende anche un lago, molto ricco di fauna. Le zone paludose, molto rare nelle isole greche sono invece una peculiarità di Skiathos. 

Koukounaries

Da qui al Monastero di Panagia Evangelistria sono circa 5 km di sterrato in salita, con qualche tornante che però offrono panorami meravigliosi e indimenticabili. 

Questo è l unico monastero ancora attivo sull’isola, costruito sulla rocca più alta di Skiathos e assurto a suo simbolo spirituale. 
Monastero di Panagia Evangelistria

Al suo interno i monaci producono, oltre a miele, marmellate, olio e liquori, anche un vino dal nome incoraggiante, Alypiakos (“senza dolori”), che infatti sempre il romanziere di cui sopra riteneva “adatto per alleviare le pene, i dolori e le sofferenze di questo mondo”. 

Poco distante sorge un altro Monastero, Panagia Kounistria, facilmente raggiungibile anche dalla strada principale che si dirama, all'altezza della località di Troulos, per un breve tratto, verso l entroterra.

Monastero di Panagia Kounistria
 È abitato da un'anziana signora, un cane e una colonia felina che, insieme, presiedono il luogo invitando a visitarlo ma facendo grande attenzione che non vengano scattate foto all’ interno del monastero. Intorno tantissime piante e un silenzio avvolgente interrotto solo dal gracchiare delle cornacchie onnipresenti sull’isola.
Il vero luogo imperdibile però è l’antica capitale di Skiathos, situata su un’altura che domina il mare e un panorama fatto di acqua e di cielo che, specie nelle giornate un po’ nuvolose, paiono a tratti fondersi insieme. 
Si raggiunge mediante uno sterrato oppure attraverso la strada asfaltata che dal centro città conduce a circa 30 minuti a piedi dalle rovine. In ogni caso a un certo punto bisognerà lasciare anche il quad e proseguire a piedi lungo sentieri in salita fra piante spinose e rocce a strapiombo sul mare. 
Kastro, posto all’estrema punta nord dell’ isola, è una città-fortezza costruita nel XIV secolo dagli abitanti per difendersi dagli assalti dei pirati: era composta da circa 500 case e 22 chiese, di cui solo tre si sono salvate, più una moschea.
Kastro

 Fu abbandonata verso la metà dell’ ‘800 e purtroppo i suoi abitanti, che si trasferirono a valle per dare vita alla moderna Skiathos, smontarono e portarono con sé ogni materiale potesse risultare utile alla ricostruzione nel nuovo luogo. 
Kastro


Si cammina per vicoli e tracce di antiche abitazioni 
Kastro

trovando refrigerio dietro gli edifici ancora intatti immaginando come doveva essere la vita quassù, al cospetto di un panorama fatto di vento impetuoso, onde ruggenti e cieli sconfinati. 
Kastro
Nelle 3 chiese che rimangono, sono visibili ancora dei magnifici affreschi e arredi sacri

e sulla porta di ognuna compare l’invito a richiudere gentilmente la porta prima di andarsene. 


Lungo la strada del ritorno ci si imbatte nella deviazione per il Monastero di Alexandros, che purtroppo troviamo chiuso anche dal cancello e nel giardino del quale, immaginiamo si possa godere dell’ennesimo, spettacolare panorama. 
Tutto perfetto dunque in quest'isola? Non esattamente: la cucina riserva purtroppo le sorprese meno apprezzabili. Premesso che noi, risiedendo nel villaggio di Troulos abbiamo provato taverne solo dei dintorni (creandoci quindi una visione estremamente parziale della questione) , abbiamo riscontrato in generale una cucina abbastanza dozzinale, a volte improvvisata e per nulla caratterizzata rispetto ad altre isole della Grecia. 
Questo nonostante l evidente freschezza e genuinità dei prodotti, olio e verdure in particolare, molto spesso coltivati autonomamente negli orti e nei campi adiacenti ai ristoranti. 
Abbiamo assaggiato agnelli klefticó e “stamnas” trovandoli quasi sovrapponibili; moussaka affogate nella besciamella o al contrario rinsecchite in mattonelle pretagliate; calamari e souvlaki di pollo semicarbonizzati. 
Le uniche eccezioni degne di nota sono state, per motivi diversi, le taverne citate di seguito. 
Ferme restando sempre l estrema disponibilità e gentilezza del personale e la squisita abitudine di offrire puntualmente, insieme al conto, un fine pasto costituito da un piccolo dolce, della frutta o un liquore fatto in casa. 


Qualche suggerimento

Per dormire:

HOTEL LA LUNA 

A parte il nome, di italiano non ha nulla, nemmeno la clientela che è per lo più britannica, scandinava e tedesca. 
Si presenta con struttura e servizi di un albergo 4 stelle ma l informalità e la leggerezza di uno studio a conduzione familiare. Camere grandi e spaziose, tutte dotate di balcone vista mare. È situato in posizione collinare e bisogna attraversare la strada per arrivare al mare, più percorrere un sentiero sterrato in ripida discesa e ancora una scalinata per raggiungere la spiaggia di Troulos. Due ascensori panoramici conducono a livello strada e risulteranno molto comodi soprattutto al ritorno dal mare. Staff gentilissimo e premuroso (specie Anita, la ragazza addetta alla cucina), pulizia accurata e cambio biancheria giornaliero. È dotato di una piscina intorno alla quale si può consumare la colazione e di un bar aperto fino a tarda notte senza però costituire motivo di disturbo. La domenica sera organizzano una serata barbecue che pare essere molto gettonata ma a cui non abbiamo preso parte. Rispetto agli studios non tutte le camere dispongono di cucinino e quelle che lo hanno è davvero molto piccolo e poco attrezzato. Nelle immediate vicinanze ci sono svariate taverne e piccoli empori provvisti del necessario. Per raggiungerli si cammina lungo la strada principale poco illuminata e non dotata di marciapiede, come del resto accade in altre isole, e affrontare la salita al ritorno, ma niente di proibitivo. Per chi volesse evitare la fatica può sempre attendere uno dei tanti bus che transitano con notevole frequenza. La zona è molto tranquilla e silenziosa, e la spiaggia posizionata in una baia protetta dai venti. 



Per mangiare 



NECTAR&AMBROSIA 


Nota di merito per l antipasto misto per due persone costituito da specialità della cucina greca accompagnate da salse varie e per i dolci (cheesecake di yogurt e gusti vari o la torta di noci con gelato); sconsigliato l agnello klefticó. 




GREEN MEADOW 

Immersa in un grande prato e per questo un po’ distante dalla strada rispetto alle altre, è molto “taverna greca” per l arredamento e la gestione familiare. Buonissimi i souvlaki di pollo e maiale, molto meno la moussaka. 





Per spostarsi da e per l'aeroporto 

I mezzi pubblici non arrivano all'aeroporto ma fermano a circa 1km di distanza. Questo probabilmente per un tacito accordo con i taxi che infatti troverete ad aspettarvi numerosi all’ uscita del terminal. Dopo essersi informati sulla vostra destinazione vi diranno il prezzo della corsa, quindi vi raggrupperanno e smisteranno nelle varie vetture con altri passeggeri. Questo tuttavia non comporterà uno sconto sul prezzo come verrebbe naturale pensare: le due ragazze che viaggiavano con noi, dirette alla città vecchia di Skiathos hanno pagato 13€ per un percorso di 10 minuti, noi 25 per pochi km di più. In compenso, al ritorno, specie a fine stagione, se vi vedranno camminare sulla strada principale con trolley al seguito si fermeranno spontaneamente per offrirvi lo stesso percorso a 8€…

Aeroporto di Skiathos
Noi , avendo molto tempo davanti prima del volo e volendo goderci ancora ogni singolo istante sull’isola abbiamo scelto di prendere l autobus fino a Skiathos Town e poi a piedi fino al piccolo aeroporto (circa 20 minuti) per la maggior parte costeggiando il mare e per gli ultimi 200 metri direttamente la pista. È un percorso assolutamente fattibile, molto frequentato e interessante sotto molti punti di vista. 


lunedì 18 settembre 2017

Si stava meglio quando si stava peggio - Hummus al cioccolato


Accadeva un giorno non molto lontano, che a un certo punto, stufa di girare per casa con un piatto fumante in una mano e la reflex nell’altra  per cercare un posto dotato della giusta luce per immortalare il pasto del giorno, decidessi di autoaccroccarmi quell’attrezzo lì.

E ne andavo anche molto fiera.
Funzionava, non necessitava di smontaggio e rimontaggio, regalava sempre la giusta illuminazione anche nei giorni di pioggia intensa o nelle sere di buio pesto quando l’urgenza di scattare foto si manifestava intorno alle 11 e l’amato bene sonnecchiava sul divano, che sarebbe stato un peccato disturbarlo.
Da allora le cose sono cambiate e si sono evolute.
Fuori e dentro di me.
Per esempio ho imparato perfino a usare whattsapp con una certa disinvoltura, anche se in modo discontinuo perché mica un’asociale patentata può essere sempre connessa.
(ma quest’ultima questione merita un approfondimento che sarà oggetto di uno specifico e più circostanziato post).
Tornando invece all’accrocco fotografico, le cose, dicevo, hanno subito nuovi e profondi sviluppi.
L’amato bene infatti, mosso da compassione o solo dalla necessità di liberare lo studio dalla presenza ingombrante di un cartone ritagliato e di due lampadine su piedistalli improvvisati, perennemente attaccate alla corrente, ha deciso di prendere il toro per le corna e, per Pasqua, di regalarmi una light box vera.


Un aggeggio di aspetto lievemente più dignitoso e di utilizzo quasi professionale.
Di certo non meno ingombrante, visto che la scatoletta è larga e alta un metro per un metro e toglie la voglia di smontarla dopo l’utilizzo, per la meticolosità e la pazienza da guru che richiede, eventualmente,  per rimontarla.
A non essere cambiate sono le situazioni incresciose in cui continua a trovarmi ogni volta che sale al piano superiore e io sono impegnata a fotografare qualche piatto.
Arrampicata sulla scrivania, spalmata sul parquet appena lucidato, appollaiata su una sedia, ripiegata su me stessa per cercare di mettere a fuoco con l’unico occhio malandato ma dotato di provvidenziale lente a contatto, seduta a gambe incrociate con il viso tra le mani mentre penso e ripenso.
Sì perché, da quando ho ricevuto il regalo e mandato dolorosamente al macero il mio bell’accrocco di cartone sono passati la bellezza di cinque mesi.
Tempo in cui ho provato, riprovato, riprovato ancora e poi ancora senza riuscire mai a capire come vadano direzionate quelle fantastiche barre magnetiche piene di led di cui la scatola è dotata.
A destra, a sinistra, di sotto, di sopra, di sguincio, unite, divise, speculari… la luce che mandano sul piatto non è mai sufficiente a realizzare foto così nitide e luminose da non richiedere un noioso lavoro di “postproduzione”.
Si accettano consigli, dritte e parole di conforto.
Sennò aridateme l’accrocco de cartone.

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Se amate l’hummus non potete non innamorarvi di questa sua stramba ma irresistibile versione al cioccolato che ho visto per la prima volta qui. Ci vogliono esattamente 5 minuti a prepararla, un frullatore e pochi ingredienti. Superate la perplessità, rompete gli indugi, fidatevi: ha una consistenza meravigliosa, da spalmare fra due biscotti, ma anche da mangiare così, semplicemente a cucchiaiate.
E poi è ottima per un carico di proteine al mattino. Fateci colazione: la giornata prenderà subito una piega bellissima :-)



Ingredienti
1 barattolo di ceci
130 gr di sciroppo d’acero
20 gr di cacao amaro in polvere
3 cucchiai d’acqua
2 cucchiai di tahin
La punta di un cucchiaino di cannella
1 pizzico di vaniglia in polvere


Procedimento
Sciacquare i ceci e scolarli. Metterli nel bicchiere del frullatore insieme a tutti gli altri ingredienti e frullare tutto per qualche minuto, fino ad ottenere una crema liscia e omogenea.
Assaggiare e aggiustare secondo i gusti aggiungendo altro cacao, cannella o sciroppo. Per me era perfetta così. Trasferire l’hummus nelle ciotoline e servire accompagnato da biscotti, cosparso di granella di mandorle, nocciole o pistacchi, o spalmato sulle fette biscottate.
Si conserva in frigorifero per 3-4 giorni, se mai ne dovesse avanzare.




giovedì 14 settembre 2017

Dissenso – Farfalle di kamut con melanzane, pomodori secchi e ricotta salata


Un impellente urgenza mi induce a fare il punto sul nuovo anno che sta per iniziare.
Un dovere morale quasi.
Sento cori entusiastici per la fine dell’estate e leggo apologie di questo mese di settembre.
Alcuni cominciano a parlarne addirittura dal 20 agosto!
Più simbolico del 31 dicembre. Più carico del primo gennaio.
Pronostici, buoni propositi, progetti scoppiettanti, energia ritrovata, pronti via!
…Solo io l’energia l’ho lasciata lunga distesa sul bagnasciuga tra resti di conchiglie e schiuma di cavalloni pazzi?
Che agonizzo ancora davanti all’immagine dei costumi e dei pareo ormai riposti e mi sono incatenata alle infradito rifiutandomi di toglierle almeno fino a quando non vedrò spuntare i primi geloni sulle falangi dei piedi?
Che sento scendermi le lacrime pensando che fino all’altro ieri sguazzavo felice nelle acque calde del mare Egeo e adesso, un po' meno felice, sgomito e scalcio per salire sul treno regionale mattina e sera?
Che spero non arrivi mai il momento in cui toglieranno pure l’ora legale e alle quattro e mezza calerà la notte manco fossimo in Lapponia?
Che non ho progetti grandiosi, propositi ammirevoli, traguardi ambiziosi se non quelli di riuscire a spiccicare gli occhi al suono della sveglia la mattina e non farmi prendere dalle convulsioni al pensiero che il 1° ottobre ricomincerà pure la palestra?
Che confido in qualcuno che mi batta un colpetto sulla spalla spronandomi a svegliarmi per svelarmi che è tutto un incubo e in realtà siamo ancora ai primi di agosto?
Perché settembre io non lo digerisco tanto.
Mi sta proprio sulle scatole. Col suo sole pallidino e l'aria fresca.
Coi suoi ricominciamo e andiamo e facciamo e via si riparte e che bello l’autunno, l’inverno e i tè caldi davanti a caminetti scoppiettanti, sotto una calda coperta di lana.
Io il caminetto non lo accendo perché fa fumo, il tè non mi piace, la lana mi fa allergia, l’autunno sono solo foglie da raccogliere e di bello ha giusto l’arancione, le zucche e i cachi.
Ecco, lo dovevo dire.
Tutta invidia per gli amanti di settembre la mia.
Ripartiamo, ma non sono affatto d’accordo.
Che si sappia.

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Ingredienti (per 2)
200 gr di pasta di kamut (o altra a scelta)
1 melanzana viola
5-6 falde di pomodori secchi
2 cucchiai di pinoli
Scorza di 1 piccolo limone non trattato
1 spicchio d’aglio
1 ciuffo di basilico
1 cucchiaio di pinoli
Ricotta salata da grattugiare
Sale
Olio extravergine d’oliva


Procedimento
Tagliare la melanzana a dadini piccoli. In una padella antiaderente scaldare poco olio  insieme allo spicchio d’aglio, unire i cubetti di melanzana e farli rosolare pochi minuti a fuoco moderato mescolando spesso.
Quando saranno morbidi e dorati aggiungere i pomodori tritati grossolanamente e la scorza grattugiata del limone. Lasciare insaporire un paio di minuti, quindi eliminare lo spicchio d’aglio, unire il basilico spezzettato e mettere da parte.
In un padellino antiaderente far tostare per un paio di minuti i pinoli mescolando continuamente.
Nel frattempo cuocere la pasta in abbondante acqua salata, scolarla al dente e saltarla pochi istanti nel condimento, aggiungendo, se necessario, qualche cucchiaio di acqua di cottura.
Fuori dal fuoco cospargere di scaglie di ricotta salata, unire i pinoli e servire subito.




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