"A casa non s'arriva mai, ma dove confluiscono vie amiche, il mondo per un istante sembra casa nostra" (H.Hesse)

lunedì 20 novembre 2017

Consapevolezze - Muffin vegani al cappuccino (di soia)


È un amato bene illuminato e dall’entusiasmo incontenibile quello che rientra improvvisamente dal giardino un pomeriggio inoltrato di qualche sabato fa.
Amore, finalmente ho capito! -  esclama esaltato e sull’orlo quasi della commozione.
Il modo per mangiare dolci e non ingrassare?
Quello per pulire casa nello spazio di mezz’ora al massimo e avere tutto il resto del weekend libero?
Il sistema per non avere mai il frigorifero desolatamente vuoto senza dover trascorrere il sabato pomeriggio in fila alle casse del supermercato?
Il trucco per fare un pan di spagna perfetto?
In che modo occultare i graffi che ho (involontariamente) fatto alla macchina l’ultima volta che l’ho presa?
Come vivere viaggiando?
Come evitare che le piante stramazzino pur dimenticandosi di annaffiarle regolarmente?
Come minimo, per avere quell’espressione beata deve aver trovato la formula magica per una questione di vitale importanza.
Sono in spasmodica attesa della rivelazione.
Ho capito perché a me piacciono tanto i lavori di bricolage!
Un velo appena di delusione, ma la curiosità sale.
In effetti è una di quelle domande che mi pongo spesso.
Ogni volta che lo vedo armeggiare con la sua cassetta degli attrezzi.
Il trapano.
L’avvitatore elettrico.
La livella.
I secchi di vernice.
I sacchi di KC1 e di stucco di vari tipi e colori.
E impreco giusto n po’, per poi raccogliermi in preghiera per l’ingloriosa fine dei pavimenti appena lavati, dei mobili appena spolverati, dell’ingenuo sogno di poter vivere di rendita, almeno in fatto di pulizie, per una settimana buona.
Ma forse oggi scoprirò il motivo per il quale le pedate di calce e le gocce di vernice sparse qui e lì sono sempre dietro l’angolo.
E non è cosa di poco conto, signori.
Anzi, non vedo l’ora di conoscerlo e magari metterne generosamente a parte le migliaia di donne disperate curiose come me.
Trovare la soluzione.
Vivere, d’ora in poi, almeno consapevolmente felici.
‘mbè? – lo sollecito all’apice ormai della smania di sapere.
Ho scoperto che i lavori di bricolage sono proprio una figata: perché ti devi ingegnare, escogitare soluzioni, trovare la chiave per dare vita al progetto che hai in testa e a volte costruirti pure da solo gli strumenti con cui realizzarlo! Niente è scontato e facile. Parti dall’idea ma poi devi pensare a ogni singolo dettaglio per metterla in pratica! È una ginnastica mentale formidabile!
Ecco.
Armarsi di risme di cruciverba a schema libero, invece?

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Ormai non si contano più le ricette che mi viene voglia di provare ogni volta che apro facebook. Ma gira e rigira mi trovo sempre , sul sito di ricette vegane da cui attingo innumerevoli idee per dolcetti che non mi facciano sentire troppo in colpa. E che allo stesso tempo appaghino anche il gusto, naturalmente. Mi ci metto la domenica a selezionare, in modo da avere il tempo di preparare quella che nelle mie illusioni dovrebbe essere la colazione per il resto della settimana…
Poi chissà perché, pur guardati con scetticismo dall’altro abitante di questa casa, non arrivano nemmeno al martedì…Rispetto alla ricetta originale ho sostituito la farina 0 con quella di farro e aumentato lievemente la quantità di zucchero.

Ingredienti (per 6 muffin)
140 grammi di farina di farro
20 g di amido di mais
70 grammi di zucchero di canna
50 g di olio di girasole
150 g di latte di soia
1 cucchiaino di aceto di mele
8 g di polvere lievitante (cremor tartaro)
1 pizzico di bicarbonato
1 pizzico di sale
3 cucchiaini di caffè solubile
1 cucchiaino di cacao amaro


Procedimento
Scaldare leggermente il latte di soia e unirvi l’aceto di mele, lasciandolo riposare (cagliare) per una decina di minuti.
Nel frattempo riunire in una ciotola capiente tutti gli ingredienti secchi: le farine setacciate, il lievito, il bicarbonato, il sale, lo zucchero e mescolarli bene. Unirvi gli ingredienti liquidi: cioè il latte cagliato e l’olio e amalgamare i due composti.
Dividere il composto in due parti e aggiungere in una il caffè e il cacao, mescolando con cura per far assorbire bene le polveri.
Oliare e infarinare uno stampo per muffin o rivestirlo con gli appositi pirottini. Versare sul fondo l’impasto scuro, quindi coprire con quello bianco. Con l’aiuto di uno stuzzicadenti mescolare i due composti con movimenti dal basso verso l’alto. Infornare a 180° (preriscaldato) per circa 25-30 minuti, secondo il forno.


lunedì 13 novembre 2017

Paura - Risotto alla melagrana


Da quando è arrivato in questa casa non c’è più pace.
Gli inquilini della stessa, a parte i due in carne e ossa, nelle persone di me medesima e dell’amato bene, sono tanti e fra i più disparati.
Ci sono anatre e conigli fatti di saggina.
C’è l’uomo ghianda che è un ometto di ceramica seduto su una sedia (per lui) gigantesca.
C’è la signora Du, che reca in mano un mazzolino di coni di incenso.
Ma soprattutto c’è lui, Enjoy, il cane che si rotola e ride come un pazzo non appena gli si passa davanti.
Era lui il vero re della casa, fino a poco tempo fa: in pole position sul bracciolo del divano, dal viaggio di nozze in cui lo abbiamo raccattato all’angolo delle strade a chiedere l’elemosina in un negozio di Chicago, è diventato la mascotte della famiglia tanto da far allarmare perfino i nostri genitori se quando vengono non lo trovano regolarmente al suo posto perché magari è steso ad asciugare.
Fino alla settimana scorsa tutto filava liscio e la convivenza con lui e tutti gli  altri strani, ma allegri figuri era ammantata di pace e di armonia.
Poi è arrivato lui:

 sto pupazzone alto e secco che mi arriva quasi al bacino, dall’aria stralunata e vagamente inquietante.
Quando l’ho scelto mi piaceva tanto, ma non potevo immaginare che presto sarebbe diventato il mio incubo.
Tutto è nato la mattina in cui l’amato bene, uscito come al solito sul fare dell’alba per andare al lavoro, me lo ha fatto trovare di spalle, bardato a mo’ di fantasma, con una veste lunga (per la precisione un mio foulard) strisciante sul pavimento.
Ora.
La casa al mattino alle sette, quando mi alzo anche io, è immersa, oltre che nel buio, anche nel silenzio più completi. 
Le tende pesanti ancora tirate, non si sentono macchine, le case intorno disabitate ed io che scendo a fare colazione cerco di fare la vaga facendo anche più rumore possibile per darmi un tono e un contegno.
In questo scenario, trovarmi ai piedi delle scale lo spilungone abbigliato con la palandrana fino ai piedi mi ha fatto iniziare la giornata, oltre che con il rischio serio di una crisi apoplettica, con lunghi e articolati smadonnamenti.
Indecisa se correre nuovamente su in camera, sbarrarmi la porta alle spalle e chiamare l’amato bene intimandogli di riprendere subito il treno e venirmi a togliere l’immagine horror dal salotto o, più dignitosamente, farmi coraggio, avanzare stoica e buttarlo nel secchio dell’indifferenziata una volta per tutte.
Da quel giorno sono iniziate vendette trasversali di vario tipo.
Infruttuose perlopiù. 
Perché io continuo a trovarmelo davanti in tutte le guise.

Che poi la cosa più inquietante di tutta la faccenda (ora che mi aspetto di trovarmelo puntualmente di fronte) è spogliarlo, fargli riassumere le naturali fattezze e ricollocarlo al suo posto.
Un fantoccio, una bambola voodoo: per me che compio quelle operazioni in quel momento assume le sembianze della cosa più raccapricciante e terrorizzante sia possibile immaginare.
Ma ho commesso l’errore, ahimè, di confidare all’amato bene il mio terrore di quel primo giorno.…istigandolo a fare sempre, sempre peggio.

Comincio seriamente a pentirmi di averlo mai voluto comprare.


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Questa ricetta l’ho avuta dalla mia amica Eva, che a sua volta l’ha trovata in rete. Un risotto particolare e dal gusto sorprendente, che molto dipenderà dal grado di maturazione della melagrana. Assaggiatela prima e comunque prendetene una ben matura, con i chicchi color rosso rubino e non rosa sbiadito. Se è molto grande e rilascerà un bicchiere intero di succo, procedete con cautela: mettetene prima solo metà nel risotto, assaggiate e regolatevi di conseguenza. Il risultato, con una melagrana non perfettamente matura è di asprezza estrema, molto più marcata di un risotto al limone, per dire. Viceversa, l’armonia sarà perfetta e il sapore piacevolmente dolciastro e delicato. L’ho provato due volte di seguito perché la prima, avendo usato una melagrana “farlocca”, non mi aveva convinta, non poteva essere così deludente! Infatti, al secondo tentativo mi sono prontamente ricreduta…

Ingredienti (per 2)
200 gr di riso carnaroli
1 porro ( se è molto grande, va bene anche ¾)
1 melagrana
½ bicchiere di vino bianco
Brodo vegetale (io ho usato un dado biologico senza glutammato)
Parmigiano
Olio extravergine d’oliva
Sale
Pepe


Procedimento
Predisporre innanzitutto un brodo vegetale per fare il risotto. Tagliare a metà la melagrana, sgranarne i chicchi e lasciarne da parte una manciata per la decorazione finale. Passare il resto nel passaverdure e ricavarne il succo. Eliminare il ciuffo, la parte verde e lo strato più esterno del porro, quindi tagliarlo a rondelle sottili e farlo stufare in una padella con poco olio e un mestolo di brodo per una decina di minuti. Aggiustare di sale, trasferirlo in un contenitore dai bordi alti e frullarlo con il minipimer.
Far tostare il riso in poco olio mescolando spesso, sfumare con il vino e lasciarlo evaporare, dopodiché proseguire la cottura del riso aggiungendo progressivamente il brodo un mestolo alla volta finché non si sarà assorbito il precedente. N.B.: mescolando spesso il riso rilascia tutto il suo amido e si avrà un risultato molto cremoso; mescolando di rado i chicchi rimarranno più sgranati.

Trascorsi i primi dieci minuti di cottura unire la crema di porri e mescolare, quindi aggiungere il succo di melagrana e portare a termine la cottura.
A fuoco spento mantecare con il parmigiano (io non uso il burro, ma per chi non è contrario: aggiungerne dei fiocchetti in questa fase) e servire con i chicchi di melagrana lasciati da parte e una spolverata di pepe nero macinato al momento.




lunedì 6 novembre 2017

Takayama: relax (e pioggia) fra i monti


Per raggiungere la località di Takayama, nella regione di Hida, prendiamo lo Shinkansen fino a Toyama e poi uno spettacolare trenino locale con vista panoramica (Hida 6, della Takayama Line) 

da cui ammiriamo il paesaggio montuoso

 seppure il tempo non preannunci nulla di buono.

Questa regione è famosa in ambito culinario soprattutto per il prestigioso manzo di Hida e poi per lo hoba-miso, pasta dolce di miso grigliata direttamente al tavolo su una foglia di magnolia.
Ma al di là delle sue prelibatezze gastronomiche, Takayama mi colpisce soprattutto per l’atmosfera placida e romantica,

 fatta di un rilassante panorama fluviale,

 montagne circostanti, case tradizionali e tanti, tantissimi ciliegi.

Purtroppo la pioggia battente non ci permette di apprezzarla fino in fondo e sul calare della sera ci appare un po’ desolata considerando che alle 6 chiudono tutte le attività e alle 9 fanno lo stesso anche tutti i ristoranti.

In compenso alloggiamo in un meraviglioso ostello (K’s House) che è una casa tradizionale giapponese, completa di tutto: cucina comune attrezzata dell’impensabile e comprensiva di tè e caffè, area fumatori, biblioteca, lavanderia (per 300 yen) e due computer a disposizione.

Alla casa si accede rigorosamente scalzi: in una minuscola anticamera all’entrata si trovano armadietti in cui lasciare le proprie calzature e una serie di ciabattine con cui sostituirle per tutto il tempo di permanenza al suo interno. Sul retro, passando dalla cucina, si apre un’uscita secondaria che dà su un minuscolo spazio delimitato da stuoie di bambù: è l’area fumatori!

Ma prima di uscire a fumare è d’obbligo sostituire le ciabattine da interno con altre “da esterno”, sempre lì a disposizione.

L’atmosfera è molto bella e rilassante.

 Ad accoglierci troviamo Luca, novello sposo trasferitosi dalle Marche, con cui scambiamo le prime parole in italiano da quando siamo in Giappone e che, oltre a illustrarci il regolamento della casa, ci fornisce molte preziose informazioni su dove mangiare e cosa vedere. Lo salutiamo non prima di aver preso un paio di ombrelli, anche quelli a disposizione in gran numero, all’entrata dell’abitazione.
La prima tappa, per l’irrinunciabile seconda colazione della giornata, è presso una panetteria poco distante, l’unica in tutta Takayama, un po’ difficile da trovare perché nascosta e perché le vie sono senza nome. Luca ce la segnala su una mappa che reca solo i nomi delle 3 vie principali: per il resto la troviamo come in una caccia al tesoro, contando traverse e svincoli (per fortuna pochi).

Si chiama Koyama Pan, ma ha un’insegna esclusivamente in kanji e la riconosciamo solo una volta sbattuti i nasi contro la sua vetrina…
La ricerca è però valsa la pena: ci rifocilliamo con 3 ottimi dolcetti (uno dei quali riempito dell’ormai irrinunciabile marmellata di fagioli rossi) e due tazze di tè offerte dalla gentilissima proprietaria in un linguaggio muto fatto digesti e sorrisi.
La ricerca successiva sarà quella di un 7eleven, anche quello sperduto fra i vincoli labirintici, per fare scorta di acqua e generi di conforto.

Per il resto Takayama va vissuta così (possibilmente senza pioggia): girando fra i suoi vicoli, attraversando i suoi ponti dai quali ammirare tanti, tantissimi sakura 

ed entrando e uscendo dagli innumerevoli negozi di prodotti tipici e artigianato locale soprattutto nella parte vecchia, Sanmachi-suji

antico quartiere di mercanti gremito di fabbriche di sakè, botteghe, caffè e case tradizionali perfettamente conservate.

Ci spingiamo fino allo Hida Kokubun-ji, il tempio più antico di Takayama nel cortile del quale svetta un ginko della veneranda età di 1200 anni. 

Rinunciamo invece, molto a malincuore, a raggiungere i quartieri collinari di  Teramachi e Shiroyama-koen, dove pare si trovino una decina fra templi e  santuari e diversi sentieri che conducono fino alle rovine del castello.

 La pioggia ci frena e la stanchezza dei 6 giorni precedenti trascorsi a macinare chilometri, ci fa vedere come un miraggio il desiderio di goderci l’accogliente casetta giaponnese.
Prima di ritirarci però passiamo davanti al Takayama Yatai Kaikan, il museo in cui sono esposti, a rotazione, i 23 carri cerimoniali (Yatai) che sfilano durante il Matsuri, festa tradizionale che si svolge in primavera e in autunno. 

Si tratta di carri in legno laccato dai colori sgargianti,  completi di marionette meccaniche che eseguono coreografie grazie agli otto manovratori al loro interno. Ma anche questo, ahimè, è chiuso!
Ci limitiamo a sbirciare uno dei carri da dietro un enorme portone su una via retrostante, prima di rimboccare la strada di casa,

 riconsegnare gli ombrelli, lasciare le scarpe (fradicie) negli armadietti fino al mattino dopo e goderci una dormita ristoratrice, cullati dal ticchettio della pioggia sul tetto.


Per raggiungere Tokyo, il giorno successivo, riprendiamo il treno locale fino a Toyama, dove finalmente torniamo a vedere il sole e in attesa della coincidenza, osserviamo la vita locale 

gustandoci la nostra ormai solita, irrinunciabile colazione…


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