"A casa non s'arriva mai, ma dove confluiscono vie amiche, il mondo per un istante sembra casa nostra" (H.Hesse)

martedì 13 febbraio 2018

Sanremo - Ciambellone veg all'arancia


Ho vissuto -molto bene- gran parte della mia vita ignorando completamente Sanremo.
Contestandolo, anche.
Che quella manifestazione canora così patriottica e totalizzante proprio non la reggevo.
A parte quella fugace occasione in cui vinse Eros Ramazzotti e restai incollata alla tv fino alle due passate per vedere il mio idolo trascinato all’esterno dell’Ariston, per la consegna del cavallo bianco come premio oltre alla statuina della palma e del leone.
Poi mi sono sposata.
 E ho sposato uno che Sanremo ce l’aveva nel sangue e nelle imprescindibili tradizioni di famiglia.
Come la carbonara e la colazione di Pasqua.
La cacio e pepe e le partite della Roma.
Adesso, dopo quasi nove anni di matrimonio e un sottile ma costante indottrinamento, la settimana di Sanremo per me ha assunto un alone sacro e intoccabile.
Addirittura di gran lunga superiore alla tiepida simpatia nutrita dall’amato bene nei suoi confronti.
Un tifo sfegatato. Un amore viscerale.
Per quella settimana non esistono inviti a cena, altri programmi, perdite di tempo davanti ai fornelli, docce prolungate oltre i 5 minuti sufficienti per scrostare via la stanchezza della giornata e infilarsi comodamente nel pigiama.
Si fa in modo e maniera di rincasare per tempo, uscendo prima dal lavoro e prendendo, se necessario, anche un treno prima di quello solito.
Si predispongono (in anticipo) cene veloci, per non perdersi nemmeno una virgola fra battute, canzoni, gaffes, otufit e inquadrature sparse fra la platea a caccia di volti noti o facce annoiate.
A casa nostra Sanremo non si guarda soltanto, si studia.
Punto per punto. Canzone per canzone.
In modo scientifico.

Si medita, ci si confronta, si danno voti e si fa a gara per vedere chi ci azzecca e, al termine delle 5 serate, si è avvicinato di più alla triade vincente.
Difficile ogni volta stabilire i criteri di giudizio:
ma dobbiamo votare in base al cuore o cercando di indovinare le tendenze del pubblico che voterà?” - chiede un dubbioso amato bene, amante della trasparenza e dei regolamenti cui appellarsi in casi dubbi.
Ma no, votiamo in base alle nostre personali preferenze, poi se coincidono con quelle della maggior parte della gente tanto meglio. Si vince!” – suggerisco convinta per poi segretamente contravvenire alla regola subito dopo.
Una gara fra noi, un gioco che ci tiene incollati a testi e musica manco fossimo Claudio Cecchetto e Mara Maionchi a caccia di talenti.
Ed è così che quest’anno ci siamo deliziati davanti all’inedito di Lucio Dalla presentato da Ron, convinti che avrebbe vinto a mani basse perché “come fai mo’, dopo sta presentazione, a non farlo vincere?”. Felici di sbagliarci.
Stupiti davanti a una leggenda popolare trasformata in musica da un poetico Max Gazzè, che ci ha proiettato fotogrammi della nostra prima vacanza insieme, sul Gargano, proprio al cospetto di quel gigante di bianco calcare che aspetta tuttora il suo amore rapito e mai più tornato.
Trascinati a sorpresa dai ritmi tribali di un complesso giovane come i The Kolors, e da quelli indiavolati della vecchia-che-balla con Lo Stato Sociale che chi lo avrebbe mai detto, potessero piacerci così tanto?
Un po’ annoiati davanti a quelle melodie sempre uguali di un eterno malinconico come Barbarossa (o era Califano?), così come davanti ai soliti, prevedibili travestimenti di Elio e la sua banda.
Increduli davanti al decolletè perfettamente levigato e senza nemmeno un’imperfezione della Vanoni, così come davanti alla scelta di certi nomi. Che arrivare primo col nome di Ultimo pare un ossimoro, eppure eccolo là, sul trono del vincitore.
 Ma pure ostinarsi a non adottare un nome d’arte quando ti chiami “Caccamo” non è proprio così scontato.
Divertiti al ritorno, destrutturato, dei Pooh, prima e seconda versione. Come un tiramisù fatto con i pavesini e assemblato al contrario: cacao sotto, strato di mascarpone, biscotti sbriciolati sopra e caffè servito a parte.
Perplessi davanti alle musiche impegnate dei Decibel (ah, ma è Ruggeri?), di Mario Biondi, di Diodato e Roy Paci, che io boh, non so, mi sforzo, eh? Ma proprio non la capisco.
Incantata (solo io) davanti alla canzone vincitrice e soprattutto a Moro che è dall’anno scorso che tifo per lui e je l’avemo fatta, finalmente.
Incuriosita (sempre io) dagli outfit femminili delle varie Nina Zilli, Annalisa e Noemi, fra pizzi, parure smaltate, fiocchi, crinoline e reggiseni dimenticati.
E insomma, nella pletora di visi, testi e melodie, sulle nostre personalissime schede tecniche, di sera in sera, fioccavano voti che nei giorni potevano riconfermarsi, aumentare o crollare inesorabilmente.
Il criterio era la scala da 1 a 10, con sfumature lievi fra i mezzi punti e i segni più e meno (anche reiterati), tipo il 6 meno meno del compito in classe di latino.
Ma ci sono stati casi, in particolare uno, in cui l’amato bene proprio non ha potuto trattenersi.
E senza appello e senza nemmeno troppi riguardi per il costrutto grammaticale ha ritenuto di formulare il suo giudizio pacato e costruttivo.

Con la grazia che gli è propria.

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Ingredienti
200 ml di acqua tiepida
200 ml di succo e polpa di arancia (circa 2)
130 gr di zucchero di canna
90 ml di olio di semi di girasole 
200 gr di farina di kamut integrale
100 gr di farina di farro
1 bustina di lievito
1 bustina di vaniglia in polvere


Procedimento
Preriscaldare il forno a  180°. Riunire in una ciotola l’acqua e le arance spremute e sciogliervi dentro lo zucchero. Unire l’olio e successivamente, poco per volta, le farine setacciate insieme al lievito e alla vaniglia.
Versare tutto in uno stampo oliato e infarinato e cuocere per circa 30-35 minuti.





lunedì 5 febbraio 2018

Esempi – Biscotti Grancereale…alcolici


Siamo passati dall’esitazione alla certezza assoluta.
Dall’essere una semplice presenza all’incarnare il simbolo della rinascita, del riscatto, della forza di volontà.
Dalla sciatteria alla consapevolezza di sé.
Dalla tuta ai leggins.
Dalle magliette accollate a maniche lunghe alle mezze maniche con audaci scolli a (mezza) V.
Dalle retrovie alle postazioni proprio davanti allo specchio.
A tiro di istruttore.
Che tanto di prima mattina, in confronto all’immagine del viso per buona parte solcato dal segno del cuscino, dei capelli arruffati che Mocio Vileda scansate proprio, dei calzini puntualmente con l’elastico lento (e va già molto bene che non siano spaiati), in confronto a tutto ciò, dicevo, i suoi rimbrotti sono acqua fresca.
Ma ormai padroneggio attrezzi, posizioni, termini astrusi, sequenze di esercizi e capisco perfino da sola quando inspirare e quando invece buttare fuori l’aria.
Non rimango più in apnea per tutta l’ora rischiando ogni volta la morte.
Non mi impiccio più fra braccia, gambe, prove di equilibrio su un piede solo e affondi vari, rovinando ogni volta sul tatami non prima di essermi elegantemente attorcigliata.
Non amoreggio più sfacciatamente con l’orologio tenendo gli occhi fissi su di lui per vedere quanto manca alla fine dell’ora. Anche perché adesso, specie durante il circuito, c’è un comodo timer sonoro che di due minuti in due minuti ci traghetta allegramente verso la fine della tortura, scandendo il tempo da dedicare a ogni singolo esercizio. E così anche il passare mesto dell’ora.
Che tutto finisce, prima o poi. 
Anche la sequenza di addominali.
Certo non che la palestra ora sia diventata il mio passatempo preferito.
Rimane pur sempre un sacrificio improbo cui, incomprensibilmente, continuo ad immolarmi contando fiduciosamente su tutto ciò che di buono apporterebbe, ma rimpiangendo tutto ciò che di assai più interessante e bello potrei fare in quelle 4-5 ore settimanali che le dedico.
E perciò continuo a scegliere i pesetti da 2 kg anziché azzardare chessò, con quelli da 3! Ma solo perché si abbinano perfettamente alle mie magliette prevalentemente di colore viola.
E molto spesso anche allo smalto, della medesima, adorata nuance.
Continuo ad odiare i sacchetti pieni di sabbia che sono un po’ come i pesetti ma servono per evoluzioni più ardite, per il semplice fatto che sono scomodi da afferrare e richiedono l’obolo di un paio d’unghie spezzate ogni volta.
È solo questione di saperlo prima, dopotutto. Basterebbe un avviso in bacheca e una evita di farsi la manicure sapendo che il giorno dopo, a funzionale, si useranno i sacchetti.
Certo continuo imperterrita ad arrivare in ritardo alle lezioni.
Per lo più a fine riscaldamento, con la colazione ancora sullo stomaco e il bisogno, supportato da un reverenziale timore, di guardarmi fugacemente allo specchio per sincerarmi di non aver dimenticato niente.
Per esempio di essermi tolta le ciabatte cuoriciose e aver indossato le scarpe da ginnastica.
Ma poi mi dico che è già un miracolo se sono lì.
Pronta a iniziare, anche se gli altri da mo’ che hanno iniziato.
Eppure io la sveglia continuo a puntarla alle 7.
Manca da correggere giusto il fatto che poi non mi alzo prima delle 8.
E quando poi mi decido a farlo è solo per altissimo senso del dovere.
Eppure ho affinato tecniche nuovissime e raffinate di schizzamento fulmineo fuori dal letto. Lavaggio di denti con una mano, vestizione con l’altra. Colazione con un occhio, mascara passato sull’altro.
E insomma le cose in palestra non vanno così male.
Cinque giorni su cinque magari non riesco a farli proprio tutte le settimane, ma meno di quattro mai.
Con molta costanza.
Tanta buona volontà.
Infinito impegno.
Devono essersene accorte anche le mie compagne di corso che ormai mi vedono fare flessioni, piegamenti, squat senza (quasi) mollare mai.
Prendendomi addirittura a modello, senza nemmeno bisogno di prestare troppa attenzione alle spiegazioni dell’istruttore.
Si girando verso di me, osservano, poi, con calma, decidono:
 “famme ‘n po’ vedè: ah vabbè, se ‘o fa’ lei vordì che ‘o posso fa’ pure io
E considerando che a dirlo sono le solite ultrasettantenni, la soddisfazione, signore mie, è ancora più grande.


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Questi biscotti vanno a ruba. Somigliano moltissimo agli originali reperibili in commercio: quelli con frutta secca o uvetta oppure gocce di cioccolato. Ma se deciderete di farli potrete dar sfogo alla fantasia: l’uvetta si può sostituire con gocce di cioccolato; le nocciole con qualsiasi altro tipo di frutta secca; il liquore con latte (anche vegetale) o semplicemente acqua (come nella ricetta originale che ho preso qui).
Rustici, corposi, assolutamente irresistibili. E senza uova, senza burro, senza lattosio…..serve sapere altro per correre a provarli?

Ingredienti (per 20 biscotti)
200 g farina integrale di farro macinata a pietra
50 g zucchero di canna
2 cucchiai miele
80 g olio di riso
40 g nocciole tostate
40 g uvetta
100 g fiocchi d'avena piccoli
2 cucchiaini di lievito per dolci
Liquore Moretta (o altro) q.b.

Procedimento
Innanzitutto mettere l’uvetta a reidratarsi immersa in un bicchierino di liquore per una ventina di minuti. Riunire in una ciotola la farina, lo zucchero di canna, i fiocchi di avena, le nocciole tritate.
Unire l’uvetta scolata sommariamente (ma non buttare via il liquore!), il miele e l’olio, mescolando bene per far amalgamare tutti gli ingredienti.
A questo punto unire progressivamente il liquore in cui è stata fatta ammollare l’uvetta, fino a ottenere un composto sodo e compatto. Qualora si fosse ecceduto e l’impasto risultasse troppo molle, aggiungere ancora fiocchi di avena o farina fino a ottenere la consistenza giusta.
Sistemare il panetto fra due fogli di carta forno e stenderlo con il matterello in una sfoglia non troppo sottile. Ricavare i biscotti con un tagliapasta o un bicchiere rovesciato e disporli su una placca ricoperta di carta forno.
Cuocere in forno preriscaldato a 180° per circa 15-18 minuti, secondo il forno.
Farli raffreddare completamente prima di assaggiarli!



lunedì 29 gennaio 2018

Marachelle - Involtini di riso


È questione di venti minuti, mezz'ora al massimo.
Inutile fare il giro a chiudere (a chiave) tutte le porte delle stanze, dei bagni e pure della cucina: la cagnolona starà sicuramente buona e tranquilla ad aspettare il nostro ritorno.
Del resto dovrà pur imparare prima o poi: e come se non dandole fiducia?
Usciamo tutti insieme con questa fiera determinazione nell’animo e la consapevolezza di agire anche per il suo bene: un anno e mezzo non è poco, ormai sarà in grado di gestire pulsioni e scapestratezze.
Per ragioni superiori alla nostra volontà tuttavia, dopo un quarto d’ora scarso, io e la più piccoletta del gruppo, siamo nuovamente di ritorno.
Trafelate.
Che lei deve correre in bagno e resistere allo stimolo non è ancora una conquista certissima.
Aprendo la porta notiamo una bottiglia di plastica accartocciata in corridoio.
Il tappo poco distante, vagamente riconoscibile.
Immobile nella cuccia, la piccola quadrupede ci spia di sguincio facendo la vaga e mal celando un’aria appena mortificata.
Riley non si fa! Vergognati! E che non si ripeta mai più!!” la redarguisce l’altrettanto piccola bipede, fierissima del suo ruolo di educatrice in erba che finalmente impartisce lezioni anziché soltanto sorbirsele.
Beh dai – minimizzo con tatto cercando di ridare le giuste proporzioni al misfatto senza con ciò sminuire la Signorina Rottermeier in versione gnoma – ha preso solo una bottiglia vuota per giocare: in fondo non si è comportata proprio tanto male”.
Andiamo in bagno, sbrighiamo tutte le faccende e mentre mi attardo davanti allo specchio, la piccola mi precede in cucina.
Per tornare, pochi secondi dopo, rapidamente sui suoi passi e annunciarmi, allarmata, che “Riley ha leccato la torta!!
La guardo un po’ dubbiosa. Come si fa a vedere se una torta è stata “leccata”, a meno che non sia una impalcatura di panna e riccioli di crema (ma non è questo il caso)?
La fantasia dei bambini non ha limiti, ma certo qualcosa di strano dev’essere successo.
Ti dico che è così, vieni tata!
La scena che trovo in cucina non lascia adito a dubbi. E se prima la reazione della piccola davanti alla bottiglia era stata lievemente sproporzionata rispetto alla reale entità del danno, ora il termine che ha usato appare decisamente eufemistico.
Dei tre quarti di crostata copiosamente ricoperta di nutella a sua volta seppellita sotto una golosa coltre di smarties, non sono rimaste che vaghe tracce. Qualche striatura di cioccolato sul pavimento e una manciata appena di briciole sparse qui e là.
La campana di vetro sotto cui era conservata, giace miracolosamente intatta sotto il tavolo. Il vassoio in un angolo, perfettamente ripulito, a parte un trascurabile residuo di frolla appiccicata esattamente al centro.
I minuti successivi sono dedicati alla ricerca della crostata, con il cane ancora a cuccia e noi a quattro zampe per guardare sotto i mobili e dietro le porte. Che una cosa del genere ci pare impossibile da credere.
Ma a parte i miseri reperti di cui sopra non rinveniamo nulla.
Doveva essere squisita.
Altro che bottiglia di plastica in corridoio.

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Avevo comprato la carta di riso circa un anno fa (da Castroni, ma si torva tranquillamente anche nei supermercati più forniti nel reparto delle salse e del cibo etnico). Per poi abbandonarla lì pensando che fare questi involtini richiedesse molto tempo e pazienza. Niente di più sbagliato: ci vuole più a tagliare tutte le verdure che a fare il resto. E un minimo di pazienza, quella sì, ma proprio poca per arrotolare gli involtini. O al massimo richiuderli a pacchetto e via. Vedere cambiare forma e consistenza a quei dischi di riso sarà curioso e divertente: prima secchi e pronti a spezzarsi, appena bagnati cedevoli ed elastici, poi di nuovo sodi e compatti: una vera magia! Inutile dire che per il ripieno ci si può sbizzarrire. O anche smaltire avanzi di verdure in frigo…

Ingredienti (per 4)
16 dischi di carta di riso
Mezzo cavolo cappuccio
4 carote
2 zucchine
1 scalogno
½ cucchiaino di curcuma
Sale
Peperoncino
Olio extravergine d’oliva
Salsa di soia



Procedimento
Tagliare il cavolo a striscioline, lavarla e scolarla. Pelare le carote, mondare le zucchine e tagliare anche queste a striscioline sottili (meglio aiutarsi con un pelapatate). Quanto tutte le verdure sono pronte, mettere due cucchiai d’olio in una padella capiente e far imbiondire leggermente lo scalogno affettato. Quando l’olio sarà caldo unire le verdure e farle saltare qualche minuto. Aggiungere la curcuma, il sale e un po’ di peperoncino. Basteranno veramente pochi minuti a fuoco sostenuto, dal momento che le verdure non dovranno risultare mollicce ma sode e croccanti. Togliere dal fuoco e lasciare intiepidire.
Riempire di acqua tiepida una ciotola, immergervi un disco di riso alla volta per qualche secondo. Posarlo quindi sul piano di lavoro, farcirlo con 2 cucchiai di ripieno e piegarne i lembi laterali verso il centro; successivamente fare lo stesso con quelli inferiore e superiore, formando un pacchettino quadrato. Preparare allo stesso modo le altre crespelle. Disporle su una teglia foderata di carta da forno e cuocere a 180 °C per 10 minuti al massimo, girando un paio di volte, con molta delicatezza, gli involtini.

Volendo si possono cuocere anche in padella: usarne una antiaderente, ungerla di olio, farla scaldare bene quindi disporvi gli involtini e lasciarli cuocere cinque minuti per lato.

Servirli accompagnati dalla salsa di soia.

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